Mentre il mondo guarda altrove, nel Sud Sudan si consuma una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. Decine di migliaia di persone, per lo più donne, bambini e anziani, sono intrappolate nelle paludi dello Stato di Jonglei, senza cibo, acqua potabile o cure mediche. La testimonianza di Nyaluat Tut, madre di due figli, è un grido di dolore che arriva fino a noi: «Siamo esausti. Solo Dio può aiutarci».
Secondo Medici Senza Frontiere, oltre 58 persone sono morte nelle ultime quattro settimane nella zona di Nyatim, molte delle quali bambini uccisi da dissenteria e malaria. La situazione è aggravata dal fatto che le autorità locali impediscono l'accesso agli aiuti umanitari, lasciando la popolazione in balia della fame e delle malattie.
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Matteo 5,6, CEI 2008).
Questa beatitudine risuona come una promessa e un monito: la giustizia che sazia non è solo quella spirituale, ma anche quella che porta pane e medicine a chi ne è privo. Come cristiani, siamo chiamati a non distogliere lo sguardo.
La fuga dalla violenza e la lotta per la sopravvivenza
Le violenze scoppiate a marzo nelle città di Lankien e Pieri hanno costretto migliaia di persone a fuggire verso la palude di Nyatim, dove si sono accampate in condizioni disumane. Nyaluat racconta: «Sopravviviamo mangiando radici e foglie. Raccogliamo ninfee nelle paludi, ma se ti trovano lì, puoi essere ucciso».
La paura delle bande armate, la mancanza di riparo e l'assenza di strutture sanitarie rendono ogni giorno una lotta per la vita. «Se ti ammali, la morte è vicina», dice Nyaluat. L'ospedale di Lankien è stato distrutto e non ci sono alternative. Molti muoiono lungo il cammino verso luoghi più sicuri, e i bambini sono i più vulnerabili.
Il ruolo della comunità internazionale
Medici Senza Frontiere chiede una risposta urgente e coordinata, ma finora gli appelli sono rimasti inascoltati. La comunità internazionale sembra aver dimenticato il Sud Sudan, immerso in una guerra civile che dura da anni. Come cristiani, abbiamo il dovere di tenere viva l'attenzione su questa crisi e di sostenere le organizzazioni che portano soccorso.
«Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?» (Giacomo 2,15-16, NR06).
La fede senza le opere è morta. Non possiamo limitarci a parole di conforto, ma siamo chiamati ad agire, con la preghiera e con gesti concreti di solidarietà.
Un appello alla preghiera e all'azione
Di fronte a tanta sofferenza, la nostra risposta non può essere solo emotiva. Papa Francesco, prima della sua scomparsa, aveva più volte invitato a pregare per la pace in Sud Sudan. Ora il nuovo Papa, Leone XIV, continua a sollecitare la comunità internazionale a non abbandonare questo popolo martoriato.
Possiamo fare la differenza: informiamoci, parliamo di questa crisi, sosteniamo con donazioni le organizzazioni umanitarie che operano sul campo. E, soprattutto, preghiamo. La preghiera non è un ripiego, ma un potente strumento di intercessione e di cambiamento.
Preghiamo per Nyaluat e per tutti coloro che come lei lottano ogni giorno per sopravvivere. Preghiamo perché i governanti del Sud Sudan e della regione scelgano la via della pace. E preghiamo perché il nostro cuore si apra alla compassione e all'azione.
Riflessione finale
Cosa possiamo fare oggi, concretamente, per essere vicini ai nostri fratelli e sorelle del Sud Sudan? Forse non possiamo andare laggiù, ma possiamo scegliere di non dimenticare. Possiamo dedicare un momento della nostra giornata a pregare per loro, possiamo condividere la loro storia, possiamo contribuire con un piccolo gesto di carità. Il Signore moltiplicherà il nostro poco, come ha fatto con i pani e i pesci. Non stanchiamoci di fare il bene.
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