Quando il disastro di Chernobyl ha segnato la storia, pochi avrebbero immaginato che, a distanza di decenni, una rete di solidarietà italiana avrebbe portato luce e guarigione a tanti bambini colpiti dalle radiazioni. Oggi, grazie all'impegno di famiglie, medici e volontari, storie come quelle di Alexander e Monika ci ricordano che l'amore cristiano non conosce barriere. Come ci ricorda la Scrittura: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Galati 6,2). Queste parole diventano realtà quando la fede si traduce in azione concreta.
Alexander: una nascita segnata e una rinascita in Italia
Alexander è venuto al mondo con una malformazione gravissima: l'assenza di genitali, conseguenza diretta delle radiazioni di Chernobyl. Abbandonato in un orfanotrofio, è cresciuto nell'isolamento fino all'età di otto anni, quando i volontari della Fondazione Aiutiamoli a Vivere lo hanno incontrato. Portarlo in Italia per cure mediche è stata un'impresa, ma la determinazione ha vinto. Il professor Mario Lima, chirurgo pediatrico del Sant'Orsola di Bologna, ha ricostruito i suoi genitali con un intervento complesso. Oggi Alexander ha 18 anni: la guerra in Ucraina gli impedisce di tornare in Italia, ma la fondazione continua a sostenerlo economicamente. «È un bel ragazzo grande, sta bene, ha una vita normale e ci sentiamo sempre», racconta Cristina Coli, referente per Bologna della fondazione.
Il potere della comunità
La storia di Alexander non è solo un miracolo medico, ma anche il frutto di una comunità che ha scelto di non voltarsi dall'altra parte. Il gruppo di famiglie della parrocchia bolognese Madonna del Lavoro, all'inizio degli anni Duemila, decise di trasformare il desiderio di accoglienza in impegno concreto. «Eravamo il “gruppo famiglie” e volevamo fare qualcosa di buono per gli altri. Sapevamo che in Bielorussia nascevano tanti bambini con malformazioni gravi», spiega Cristina. Così si sono rivolti alla fondazione, e la risposta del presidente Fabrizio Pacifici è stata chiara: accogliere i bambini per almeno tre anni consecutivi, un mese e mezzo ogni estate, garantendo esami clinici, alimentazione sana e soggiorni al mare. Il primo anno erano 22 famiglie, l'anno dopo 43. Un movimento spontaneo e contagioso.
Monika: la forza di una donna che non si arrende
Monika, oggi trentenne, è nata con una grave forma di atrofia muscolare spinale (SMA). Considerata senza possibilità di sopravvivenza, è stata portata in Italia dalla fondazione, che l'ha affidata al dottor Marcello Villanova per terapie innovative. Oggi è in carrozzina, ma la sua forza d'animo è diventata un esempio per tutti. «Una volta, per un regalo, chiese delle scarpe rosse. L'ho portata in una sanitaria, dove le proposero modelli ortopedici. Lei disse: “Ma io sono una bella ragazza, voglio scarpe belle!”. Così l'abbiamo portata in un negozio alla moda per prendere le scarpe col tacco. Ora dipinge, si trucca. È molto forte, un esempio per tutti», racconta ancora Cristina.
«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Salmo 23,1). Monika, con la sua gioia di vivere, testimonia che la fede può trasformare la sofferenza in una luce per gli altri.
Un modello di accoglienza che parla al cuore
Queste storie ci interrogano: come possiamo, anche noi, essere segno di speranza per chi soffre? La rete italiana che ha salvato Alexander e Monika non è fatta di eroi solitari, ma di persone comuni che hanno scelto di amare il prossimo come se stessi. In un mondo segnato da guerre e disastri, ogni gesto di solidarietà è un seme di resurrezione. La Bibbia ci esorta: «Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Ebrei 13,2).
Come possiamo partecipare?
- Sostenere economicamente fondazioni come Aiutiamoli a Vivere, che operano in prima linea.
- Offrire il proprio tempo come volontari per l'accoglienza di bambini bisognosi.
- Pregare per le famiglie e i bambini colpiti da guerre e catastrofi ambientali.
Una riflessione per il lettore
Davanti a storie così toccanti, ci chiediamo: cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo? Forse non possiamo operare miracoli chirurgici, ma possiamo aprire il cuore e la casa. Ogni accoglienza è un atto di fede che costruisce il Regno di Dio qui sulla terra. Come ha detto Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Matteo 25,40). Che queste testimonianze ci ispirino a diventare strumenti di pace e guarigione.
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