Ci sono momenti nella vita in cui tutto sembra crollare. Situazioni che ci lasciano senza fiato, senza risposte, senza forze per andare avanti. Come cristiani, non siamo esenti da queste esperienze che scuotono la nostra esistenza. Oggi, La invito a riflettere su due storie che parlano proprio di quegli istanti limite, in cui rimane solo un'opzione: avvicinarsi a Gesù.
Due strade di dolore, una stessa meta
Nel Vangelo secondo Marco, capitolo 5, troviamo due racconti che si intrecciano in modo straordinario. Da una parte, Giairo, un uomo rispettato nella sua comunità, capo della sinagoga, affronta il peggior incubo di qualsiasi genitore: sua figlia è gravemente malata, in punto di morte. Dall'altra parte, una donna anonima che soffre di emorragie da dodici anni, isolata socialmente e religiosamente, esausta fisicamente ed economicamente dopo aver cercato soluzioni in tutti i medici disponibili.
Cosa hanno in comune queste due persone? Apparentemente molto poco. Uno è un uomo con una posizione sociale, l'altra è una donna emarginata. Uno cerca aiuto per sua figlia, l'altra cerca guarigione per sé stessa. Ma entrambi condividono qualcosa di profondo: sono giunti alla fine delle loro risorse umane. Hanno provato tutto ciò che era in loro potere e ora non resta loro che una speranza: Gesù di Nazaret.
La fede che osa toccare
La donna con il flusso di sangue rappresenta una fede straordinaria. Secondo la legge ebraica di quel tempo, la sua condizione la rendeva ritualmente impura, e tutto ciò che toccava diventava a sua volta impuro. Per dodici anni aveva vissuto nell'isolamento, esclusa dalla vita comunitaria e religiosa. Ma qualcosa in lei la spinse a infrangere tutte le barriere.
“Perché diceva tra sé: Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita.” (Marco 5:28, NR)
Questa donna non chiese il permesso. Non aspettò un invito. Non si accontentò di vedere Gesù da lontano. La sua fede la portò ad agire, a credere che solo toccando il lembo del suo mantello avrebbe trovato la guarigione che tanto desiderava. E così fu: “Subito le si fermò il flusso di sangue, ed ella sentì nel suo corpo che era guarita da quel flagello.” (Marco 5:29, NR)
La fede che si prostra e supplica
Mentre ciò accadeva, Giairo attendeva in angoscia. Ogni secondo contava per sua figlia. Immagini la sua disperazione quando i messaggeri arrivarono con la notizia più devastante: “Tua figlia è morta”, dissero. “Perché disturbi ancora il Maestro?” (Marco 5:35, NR)
In quel momento, Gesù gli dice parole che riecheggiano attraverso i secoli: “Non temere, soltanto abbi fede.” (Marco 5:36, NR) Giairo dovette scegliere: credere al rapporto di morte o credere alle parole di vita pronunciate da Gesù. La sua fede lo portò ad andare avanti, a confidare quando tutto indicava che ormai era troppo tardi.
Gesù: il cuore che ha sempre tempo
Uno degli aspetti più commoventi di questo passo è come Gesù gestisca entrambe le situazioni. Mentre si reca a casa di Giairo, si ferma. In mezzo a una folla che lo stringeva, percepisce che da lui è uscita una potenza. Si prende il tempo per cercare chi lo ha toccato, per stabilire una connessione personale con questa donna che per dodici anni era stata invisibile a tutti.
Gesù non la rimprovera per aver interrotto il suo cammino verso una “emergenza maggiore”. Al contrario, la chiama “Figlia”, un termine di affetto e appartenenza. La dichiara guarita non solo fisicamente, ma anche restaurata nella sua dignità: “Figlia, la tua fede ti ha guarita; va’ in pace e sii guarita dal tuo male.” (Marco 5:34, NR)
Questo dettaglio ci rivela qualcosa di fondamentale sul carattere di Dio: per Lui non ci sono emergenze maggiori o minori. Ogni persona è inestimabile. Ogni dolore merita la Sua piena attenzione. Ogni fede, per quanto piccola possa sembrare, è degna di essere riconosciuta e onorata.
Quando sembra che arriviamo in ritardo
Mentre Gesù si fermava per occuparsi della donna, la figlia di Giairo
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