La fede che supera i confini: cristiani e identità nazionale nel Golfo

Fonte: EncuentraIglesias Editorial

Negli ultimi mesi, il mondo ha assistito con preoccupazione a eventi che coinvolgono la revoca della cittadinanza e la repressione di voci critiche in alcuni paesi del Golfo. Mentre le tensioni geopolitiche si intensificano, emergono storie di persone private del loro status legale, come il giornalista Ahmed Shihab-Eldin, a cui è stato ritirato il passaporto per aver diffuso un video di un incidente aereo. Questi fatti ci interrogano profondamente: cosa significa veramente appartenere a una nazione? E, per noi cristiani, qual è la nostra vera cittadinanza?

La fede che supera i confini: cristiani e identità nazionale nel Golfo

La Bibbia ci ricorda che la nostra appartenenza fondamentale non è terrena. Come scrive l'apostolo Paolo nella lettera ai Filippesi:

"La nostra cittadinanza infatti è nei cieli, da dove aspettiamo come Salvatore il Signore Gesù Cristo" (Filippesi 3,20, CEI 2008).
Questa verità ci invita a riflettere su come viviamo il nostro rapporto con le autorità terrene e con il prossimo, specialmente in contesti di conflitto e ingiustizia.

La cittadinanza come strumento di potere

La revoca della cittadinanza è un atto grave, che colpisce non solo lo status legale di una persona, ma anche la sua identità e la sua capacità di vivere liberamente. Nel caso del Bahrein, 69 persone hanno perso la cittadinanza per presunte simpatie con l'Iran. Per gli attivisti, questo rappresenta un'opportunità per inasprire la repressione in un momento di conflitto regionale. Ma cosa dice il Vangelo di fronte a tali dinamiche di potere?

Gesù stesso visse sotto un regime oppressivo e parlò chiaramente del rapporto con l'autorità. Quando gli chiesero se fosse lecito pagare le tasse a Cesare, rispose:

"Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" (Matteo 22,21, CEI 2008).
Questa frase non separa semplicemente il sacro dal profano, ma ci chiama a riconoscere che ogni potere umano è relativo e subordinato a Dio. La cittadinanza terrena è un dono, ma non può mai essere usata per negare la dignità umana o per perseguitare.

Il pericolo della strumentalizzazione della fede

In alcune regioni, la religione viene utilizzata per giustificare divisioni e conflitti. I cristiani sono chiamati a essere operatori di pace, non strumenti di divisione. Come leggiamo nella Lettera di Giacomo:

"Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che fanno opera di pace" (Giacomo 3,18, CEI 2008).
Invece di alimentare l'odio, dobbiamo testimoniare un amore che supera i confini nazionali, etnici e religiosi.

La risposta della Chiesa: accoglienza e solidarietà

Di fronte a queste situazioni, la Chiesa universale, guidata dal Santo Padre Leone XIV, è chiamata a farsi voce dei senza voce. Il Papa, eletto nel maggio 2025, ha già espresso la sua vicinanza a tutti coloro che soffrono a causa di conflitti e ingiustizie. La fede cristiana ci spinge a vedere in ogni persona un fratello o una sorella, indipendentemente dal passaporto che possiede.

L'apostolo Pietro ci esorta:

"Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri senza mormorare" (1 Pietro 4,9, CEI 2008).
In un mondo in cui i confini diventano barriere, i cristiani sono chiamati a costruire ponti. Ciò significa sostenere i rifugiati, gli apolidi e tutti coloro che sono privati dei loro diritti fondamentali.

Un esempio concreto: la preghiera e l'azione

Possiamo iniziare con la preghiera per i governanti e per i perseguitati. La Bibbia ci chiede di pregare per tutti gli uomini:

"Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano suppliche, preghiere, intercessioni e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita tranquilla e serena in tutta pietà e dignità" (1 Timoteo 2,1-2, CEI 2008).
Inoltre, possiamo informarci e sostenere organizzazioni cristiane che operano per i diritti umani nella regione del Golfo.

Riflessione finale: la nostra vera patria

Carissimi lettori, queste notizie ci toccano da lontano, ma la fede ci unisce in un unico corpo. La revoca della cittadinanza terrena non può cancellare la nostra cittadinanza celeste. Siamo chiamati a vivere come pellegrini in questo mondo, portando speranza e amore ovunque andiamo. Vi invito a riflettere: come possiamo, nel nostro piccolo, essere segno di unità e di pace in una società divisa? Quale passo concreto possiamo compiere oggi per sostenere chi è privato della propria identità nazionale?

Che il Signore ci conceda la grazia di essere costruttori di ponti, testimoni di una fraternità che non conosce confini.


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Domande frequenti

Cosa dice la Bibbia sulla cittadinanza terrena?
La Bibbia insegna che la nostra cittadinanza principale è nei cieli (Filippesi 3,20), ma ci chiama anche a rispettare le autorità terrene (Romani 13,1-7). Tuttavia, quando il potere umano opprime, siamo chiamati a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (Atti 5,29).
Come possono i cristiani rispondere alla revoca della cittadinanza?
I cristiani possono pregare per i perseguitati, sostenere organizzazioni umanitarie, e promuovere la pace e la giustizia nelle loro comunità. La Chiesa è chiamata a essere voce per i senza voce.
Qual è il ruolo del Papa in queste situazioni?
Il Papa, come pastore universale, ha il compito di denunciare le ingiustizie e di incoraggiare la solidarietà. Papa Leone XIV ha già mostrato vicinanza a chi soffre per conflitti e persecuzioni.
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