Undici giovani, una pieve, un viaggio interiore: il docufilm che parla a tutti

Fonte: EncuentraIglesias Editorial

Immaginate undici giovani, sconosciuti tra loro, che accettano di trascorrere dieci giorni in una ex pieve sperduta tra le colline umbre. Non c'è connessione internet, non ci sono distrazioni. Solo loro, il silenzio, e la possibilità di ascoltarsi davvero. Questo è il cuore del docufilm di Massimo Selis, un'opera che non si limita a raccontare una storia, ma invita lo spettatore a entrare in quel cerchio di vite che si intrecciano, con le loro fatiche e le loro speranze.

Undici giovani, una pieve, un viaggio interiore: il docufilm che parla a tutti

Il titolo originale del film, "E se ora lontano un'altra voce esiste", è già di per sé una domanda aperta, un'eco che risuona nel cuore di chi cerca un senso. E in un'epoca in cui i giovani sono spesso etichettati come superficiali o disorientati, questo docufilm offre una prospettiva diversa: quella di una generazione che, nel silenzio e nella condivisione, riscopre la bellezza di essere comunità.

«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,20, CEI 2008).

Questa promessa di Gesù si fa concreta in quella pieve, dove ogni giovane porta il proprio carico di domande e di speranze, e insieme trovano il coraggio di guardare al futuro con occhi nuovi.

Il ritorno alla lentezza come antidoto alla frenesia

Viviamo in un mondo che corre, che pretende risposte immediate e risultati visibili. Ma il film di Selis ci ricorda che c'è un'altra strada: quella della lentezza, dell'ascolto, del lasciare che le cose maturino. I dieci giorni trascorsi dai giovani nella pieve sono un esercizio di pazienza e di fiducia. Non ci sono programmi serrati, né obiettivi da raggiungere. C'è solo il tempo che scorre, scandito dai pasti in comune, dalle passeggiate, dalle conversazioni notturne.

Questa scelta registica, che alcuni potrebbero definire rischiosa, è in realtà un atto di coraggio. In un'epoca di contenuti brevi e consumismo culturale, proporre un'opera dal "respiro cadenzato" e dalla "sensibilità metafisica" è quasi un atto di ribellione. Eppure, è proprio in questa lentezza che i giovani trovano lo spazio per interrogarsi sul senso della propria esistenza.

La Bibbia stessa ci parla dell'importanza del silenzio e dell'attesa. Il salmista scrive: «Fermatevi e riconoscete che io sono Dio» (Salmo 46,11, NR06). In quel "fermatevi" c'è tutto il programma di questo docufilm: un invito a mettere in pausa la vita frenetica per ascoltare la voce che parla nel profondo.

Il valore della condivisione autentica

Uno degli aspetti più toccanti del film è la gradualità con cui i giovani si aprono gli uni agli altri. All'inizio sono timidi, guardinghi. Poi, giorno dopo giorno, le barriere cadono. Emergono storie di dolore, di sogni infranti, ma anche di resilienza e di speranza. Non c'è giudizio, solo ascolto. E in questo spazio sicuro, ciascuno può essere se stesso.

Questa dinamica richiama alla mente le prime comunità cristiane, dove «tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (Atti 2,44, CEI 2008). Non si tratta di un ideale romantico, ma di una realtà concreta fatta di condivisione di pane e di vita. Allo stesso modo, nella pieve umbra, i giovani riscoprono che la felicità non sta nell'avere, ma nell'essere insieme.

Il ruolo della fede in un percorso di ricerca

Sebbene il docufilm non sia esplicitamente religioso, il contesto di una pieve e la presenza di domande esistenziali aprono inevitabilmente a una dimensione spirituale. I giovani non cercano necessariamente Dio, ma cercano un senso. E questa ricerca, per chi ha fede, è già un cammino verso di Lui. Come dice sant'Agostino: «Ci hai fatti per Te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».

Il film offre quindi uno spunto prezioso per la riflessione personale e comunitaria. In un'epoca di secolarizzazione, vedere dei giovani che scelgono volontariamente di ritirarsi in un luogo sacro per interrogarsi sulla vita è un segno di speranza. Forse, più che di ateismo, oggi si soffre di una mancanza di occasioni per porsi le domande giuste.

«Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Matteo 7,7, NR06).

Questa promessa di Gesù è per tutti, credenti e non credenti. Il docufilm di Selis ci ricorda che la ricerca è già un passo importante, e che spesso le risposte arrivano quando meno ce lo aspettiamo, nel silenzio di una pieve o nella chiacchiera con un amico.

Un invito a vivere la propria storia

Alla fine del film, non ci sono risposte facili. I giovani tornano alle loro vite, ma qualcosa è cambiato. Hanno imparato a guardare il mondo con occhi diversi, a cogliere la bellezza nelle piccole cose, a non aver paura della fragilità. E lo spettatore è invitato a fare lo stesso.

Il vero messaggio del docufilm è che ognuno di noi ha una storia da vivere e un senso da scoprire. Non serve andare in un luogo sperduto per trovarlo: basta fermarsi, ascoltare, e aprirsi all'altro. La fede, la comunità, la condivisione sono strumenti preziosi in questo cammino. E se oggi ti senti smarrito, ricorda che la tua ricerca è già una risposta.

Prenditi un momento per riflettere: quali sono le domande che porti nel cuore? Chi sono le persone con cui puoi condividerle? E cosa puoi fare, nella tua quotidianità, per creare spazi di silenzio e di ascolto autentico?


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Domande frequenti

Di cosa parla il docufilm di Massimo Selis?
Il docufilm segue undici giovani che trascorrono dieci giorni in una ex pieve umbra, esplorando temi come la ricerca di senso, la condivisione e la lentezza come antidoto alla frenesia moderna.
Il film ha un messaggio religioso?
Non è esplicitamente religioso, ma il contesto di una pieve e le domande esistenziali dei protagonisti aprono a una dimensione spirituale, rendendolo adatto a un pubblico cristiano in ricerca.
Perché vedere questo docufilm?
Perché offre uno spaccato autentico della gioventù contemporanea, stimola la riflessione personale e ricorda l'importanza del silenzio, dell'ascolto e della comunità nella vita di fede.
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