Le recenti notizie che giungono da Palermo ci scuotono profondamente. Due uomini, Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine, hanno perso la vita mentre lavoravano in un appartamento al decimo piano di un edificio. La tragedia si è consumata quando sono precipitati dal cestello di una gru. Le indagini preliminari, corroborate dalle testimonianze dei familiari, suggeriscono che entrambi operassero senza un contratto regolare e senza essere iscritti a casse edili di protezione. Questo episodio doloroso ci invita a una riflessione seria sul valore del lavoro e sulla dignità di ogni persona.
Il lavoro nero: un'ombra sulla società
La questione del lavoro irregolare non è meramente economica o legale; tocca il cuore stesso della nostra visione cristiana della persona umana. Quando un lavoratore viene impiegato "in nero", viene privato non solo di diritti contrattuali, ma della sua stessa dignità. Viene ridotto a una risorsa da sfruttare, piuttosto che riconosciuto come un essere creato a immagine e somiglianza di Dio. David Mosseri, direttore generale dell'Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil), sottolinea con forza questa connessione: pratiche sleali e patti di scorrettezza creano un sistema dove l'insicurezza diventa la norma, e il lavoratore si trova impossibilitato a dire quei "no" che potrebbero salvargli la vita.
Il problema, come evidenziato, non si limita al lavoro completamente in nero. Esiste una vasta area "grigia", particolarmente in settori come quello degli appalti, dove la regolarità formale nasconde condizioni di sottoccupazione, dequalificazione professionale e assenza di tutele adeguate. Persino lavoratori over 65, a causa di carenze nel sistema previdenziale, si trovano costretti a svolgere mansioni pericolose, come arrampicarsi su impalcature, mettendo a rischio la propria incolumità.
La Parola di Dio sul lavoro e la giustizia
La Sacra Scrittura offre un fondamento solido per comprendere la dignità del lavoro e i doveri verso il lavoratore. Non è una questione marginale, ma centrale nella rivelazione di un Dio che è giusto e misericordioso.
"Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino." (Levitico 19:13, CEI 2008)
Questo comandamento dell'Antico Testamento stabilisce un principio chiaro: la giustizia nei confronti del lavoratore è immediata e non ammette ritardi. Trattenere il giusto salario è equiparato a un'oppressione.
"E voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c'è un Signore nel cielo, e che presso di lui non v'è preferenza di persone." (Efesini 6:9, NR06)
San Paolo, nella sua lettera agli Efesini, ricorda ai "padroni" (oggi diremmo datori di lavoro, imprenditori, appaltatori) che esiste un Signore comune a loro e ai lavoratori. Davanti a Lui non ci sono favoritismi. L'autorità sul posto di lavoro non è licenza di arbitrio, ma una responsabilità che va esercitata nella giustizia e nel timore del Signore.
Il libro del Siracide è ancora più esplicito nel legare il trattamento del lavoratore alla nostra relazione con Dio:
"Il pane del bisognoso è la vita del povero, privarlo di esso è commettere un omicidio. Uccide il prossimo chi gli toglie il sostentamento, versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio." (Siracide 34:21-22, CEI 2008)
Queste parole sono di una durezza profetica. Privare il lavoratore del suo giusto salario non è un illecito amministrativo; è paragonato a un'azione che lede la vita stessa. In un contesto di lavoro nero o "grigio", dove le tutele sono assenti e i rischi altissimi, questa mancanza di "sostentamento" sicuro può tradursi letteralmente in perdita di vite umane, come purtroppo le cronache ci mostrano.
La voce del Magistero e la sollecitudine pastorale
La Chiesa, nel suo insegnamento sociale, ha sempre difeso la dignità del lavoro. Ricordiamo le parole di San Giovanni Paolo II nella Laborem Exercens, che definisce il lavoro come una "chiave essenziale" di tutta la questione sociale. Papa Francesco, nel suo pontificato, ha costantemente richiamato l'attenzione sui "scarti" della società e sulle nuove forme di schiavitù, tra cui possiamo certamente annoverare lo sfruttamento lavorativo che nega sicurezza e diritti.
Oggi, sotto la guida pastorale di Sua Santità Papa León XIV, siamo chiamati a rinnovare questo impegno. La sua elezione nel maggio 2025, succedendo al compianto Papa Francesco scomparso nell'aprile dello stesso anno, rappresenta una continuità nella sollecitudine per i poveri e gli emarginati. In un mondo dove la logica del profitto a volte sembra sopraffare quella della persona, la comunità cristiana è chiamata a essere voce profetica e lievito nella pasta.
Oltre la denuncia: una chiamata all'impegno
La formazione, come sottolineato nell'intervista a Mosseri, è un elemento cruciale che viene meno nel lavoro irregolare. Senza formazione, il lavoratore è lasciato in balia dei pericoli, ignaro dei rischi e delle procedure di sicurezza. Ma la formazione di cui abbiamo bisogno è più ampia: è una formazione alla coscienza sociale, al rispetto della legge non come imposizione esterna, ma come espressione di giustizia e amore per il prossimo.
Come comunità ecumenica di EncuentraIglesias.com, crediamo che la fede debba incarnarsi nelle scelte concrete. Ecco alcuni ambiti in cui la nostra riflessione può tradursi in azione:
- Consapevolezza e informazione: Informiamoci sulle condizioni di lavoro nelle filiere produttive. Sosteniamo, per quanto possibile, aziende e cooperative che rispettano la dignità dei lavoratori.
- Preghiera e intercessione: Preghiamo per le vittime degli incidenti sul lavoro e per le loro famiglie. Preghiamo per i datori di lavoro, affinché operino con giustizia. Preghiamo per i legislatori e i sindacalisti, affinché promuovano leggi giuste.
- Accoglienza e sostegno: Nelle nostre parrocchie e comunità, siamo attenti a chi potrebbe essere in situazioni di lavoro precario o irregolare. Offriamo ascolto, orientamento e sostegno concreto, collaborando con associazioni come l'Anmil e i centri di ascolto Caritas.
- Testimonianza nei nostri ambienti: Sia che siamo dipendenti, imprenditori, professionisti o artigiani, siamo chiamati a essere testimoni di giustizia e onestà. Rifiutare logiche di sfruttamento, anche quando sembrano "convenienti", è un atto di fedeltà al Vangelo.
Una conclusione nella speranza
Le tragedie come quella di Palermo potrebbero indurci alla rassegnazione o alla rabbia sterile. La fede cristiana ci offre invece una prospettiva di speranza attiva. Crediamo in un Dio che ascolta il grido degli oppressi e che ci chiama a essere suoi collaboratori nella costruzione di un mondo più giusto.
Il lavoro non è una maledizione, ma una partecipazione all'opera creatrice di Dio. Riscattarlo dalla logica dello sfruttamento e restituirgli la sua dignità è un compito urgente. Non si tratta solo di applicare regolamenti, ma di riconoscere in ogni operaio, in ogni muratore, in ogni facchino il volto di Cristo che ci dice: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Matteo 25:40, CEI 2008).
Costruire una cultura del lavoro sicuro e dignitoso è, in fondo, costruire una civiltà dell'amore. È un cammino lungo, ma ogni scelta giusta, ogni contratto regolare, ogni dispositivo di sicurezza utilizzato, ogni rifiuto di pratiche sleali è un mattone posto in questa costruzione. Lasciamoci guidare in questo impegno dalla luce del Vangelo e dalla forza dello Spirito Santo, per essere veramente, in ogni ambito della vita, discepoli di Colui che è venuto "perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Giovanni 10:10, NR06).
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