Negli ultimi mesi, la Terra Santa è stata teatro di episodi di violenza e intolleranza che hanno profondamente scosso la comunità cristiana locale e internazionale. L'abate benedettino Nikodemus Schnabel, della basilica della Dormizione sul monte Sion a Gerusalemme, ha lanciato un grido d'allarme che merita attenzione. In un'intervista esclusiva, ha descritto una situazione che definisce “una nuova fase dell'odio anticristiano”.
Le sue parole sono cariche di preoccupazione, ma anche di speranza, perché indicano una strada per il dialogo e la riconciliazione. In un contesto segnato da tensioni politiche e religiose, la voce di chi vive quotidianamente la realtà della Terra Santa diventa una guida preziosa per tutti i cristiani.
Episodi di violenza che sconvolgono
L'abate Schnabel ha citato due fatti particolarmente gravi. Il primo è l'aggressione subita da una suora francese a Gerusalemme, un attacco che ha colpito non solo una persona, ma l'intera comunità religiosa. Il secondo è l'atto di un soldato israeliano che ha infilato una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria nel villaggio cristiano di Debel, nel sud del Libano. Questo gesto segue la distruzione di una statua di Gesù da parte di un altro militare israeliano nello stesso villaggio, avvenuta poche settimane prima.
“Quando si usa la propria presenza fisica per aggredire, e in questo caso simbolicamente una donna, si supera una nuova linea rossa”, ha dichiarato l'abate. Questi atti non sono solo vandalismo, ma espressione di un odio che sembra crescere in modo preoccupante.
Le radici dell'odio: il kahanismo
Secondo l'abate Schnabel, alla base di questi episodi c'è l'ideologia del kahanismo, un movimento ultranazionalista e religioso ebraico fondato dal rabbino Meir Kahane. Un tempo il partito Kach, a cui si ispiravano, era stato proibito in Israele. Oggi, invece, persone legate a quella ideologia occupano posizioni di potere. “Chi ci sputava addosso oggi è al governo”, ha detto con amarezza l'abate, riferendosi a come certi estremisti siano ora parte della scena politica israeliana.
L'abate ha anche messo in guardia da una visione semplicistica che attribuisce ogni problema ai musulmani, negando l'esistenza del terrorismo ebraico. “Esistono gruppi, anche tra i cristiani e persino all'interno della Chiesa cattolica, convinti di conoscere perfettamente la realtà del Medio Oriente – pur non essendoci magari mai stati – e secondo cui il problema sarebbero soltanto i musulmani. Così si nega l'esistenza anche del fenomeno del terrorismo ebraico”.
Un bivio per Israele
L'abate Schnabel ha sottolineato che Israele si trova a un bivio. Da un lato, la strada della democrazia e del rispetto delle minoranze; dall'altro, quella dell'estremismo e della violenza. “Israele è a un bivio”, ha affermato, richiamando la responsabilità delle autorità e della società civile nel scegliere la via della giustizia e della pace.
Questa analisi non è solo politica, ma profondamente spirituale. La Bibbia ci ricorda che Dio ama la giustizia e il diritto (Salmo 33,5) e che siamo chiamati a “cercare la pace e perseguirla” (Salmo 34,15). In un momento in cui l'odio sembra prevalere, i cristiani sono invitati a essere testimoni di un amore che supera ogni divisione.
La risposta della fede cristiana
Di fronte a questi eventi, la comunità cristiana non può rimanere in silenzio. Gesù ci ha insegnato ad amare i nostri nemici e a pregare per coloro che ci perseguitano (Matteo 5,44). Questo non significa accettare passivamente l'ingiustizia, ma rispondere con una forza diversa, quella dell'amore e della verità.
L'abate Schnabel ha invitato i cristiani di tutto il mondo a informarsi e a non cadere in facili generalizzazioni. “Non possiamo giudicare un'intera religione o un intero popolo sulla base delle azioni di alcuni estremisti”, ha detto. “Dobbiamo conoscere la complessità della Terra Santa, con le sue diverse comunità e tradizioni”.
Un appello alla preghiera e all'azione
Come cristiani, siamo chiamati a sostenere i nostri fratelli e sorelle in Terra Santa con la preghiera e con gesti concreti. Possiamo pregare per la pace a Gerusalemme, come ci invita il Salmo 122,6: “Chiedete pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano”. Possiamo anche sostenere le opere di dialogo e riconciliazione portate avanti da molte organizzazioni cristiane in Medio Oriente.
Inoltre, possiamo informarci e sensibilizzare le nostre comunità. La conoscenza è il primo passo verso la comprensione e la pace. Non lasciamo che l'odio e la paura ci chiudano il cuore, ma apriamoci all'incontro con l'altro, nella consapevolezza che tutti siamo figli dello stesso Dio.
Verso un futuro di pace
La situazione in Terra Santa è complessa e non ci sono soluzioni facili. Tuttavia, la fede ci dà la forza di non arrenderci alla rassegnazione. L'abate Schnabel ha concluso con un messaggio di speranza: “Nonostante tutto, credo che sia possibile un futuro di pace. Ma richiede il coraggio di riconoscere la verità, anche quando è scomoda, e la volontà di costruire ponti invece di muri”.
Questa è la sfida che ci viene proposta: essere artigiani di pace in un mondo ferito. Che il Signore ci conceda la grazia di raccogliere questa sfida con umiltà e determinazione.
Riflessione finale
Cari lettori, vi invitiamo a riflettere su queste parole. Cosa possiamo fare, ciascuno nel proprio piccolo, per essere strumenti di pace? Possiamo iniziare con la preghiera, ma anche con gesti concreti di solidarietà verso i cristiani perseguitati. Ricordiamoci che la Chiesa è una famiglia universale: quando un membro soffre, tutti soffrono con lui (1 Corinzi 12,26).
Che il Signore benedica la Terra Santa e tutti i suoi abitanti, e ci conceda il dono della pace.
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