Il 15 maggio scorso è stata annunciata una proroga di 45 giorni della tregua tra Israele e Libano, ma sul terreno i combattimenti non si sono fermati. L'estensione del cessate il fuoco, che sarebbe scaduto il 2 giugno, avrebbe dovuto aprire la strada a nuovi incontri politici e a un confronto sulla sicurezza tra rappresentanti militari. Tuttavia, la realtà è ben diversa: nel sud del Libano, nelle aree a sud del fiume Litani, continuano raid israeliani e contrattacchi di Hezbollah, con bombardamenti, evacuazioni e vittime civili. La distanza tra gli accordi formali e la situazione sul campo è enorme, e a farne le spese è la popolazione civile, sempre più povera e sfollata.
Padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei cattolici di rito latino in un'area che da Sidone arriva fino al confine con Israele, commenta con amarezza: «Allungano la tregua di 45 giorni ma si continua a combattere. Sembra che i due contendenti non sappiano cosa vuol dire la parola tregua. Più che un esperto militare ci vorrebbe un linguista». Le sue parole descrivono una situazione di stallo, in cui da un lato Hezbollah afferma che il Libano è occupato e che loro sono la resistenza, mentre dall'altro l'esercito israeliano non vede confini e attacca i propri obiettivi. In mezzo, a soffrire è la povera gente.
La dignità calpestata degli sfollati
Padre Bou Merhi racconta che in questi giorni sono state montate sul lungomare di Beirut nuove tende per gli sfollati. «Queste persone non sono mendicanti, sono cittadini libanesi che gridano i loro diritti e tra questi il primo è di rientrare o tornare nelle loro case, anche se distrutte». La dignità è il tema centrale: gli sfollati non chiedono solo assistenza materiale, ma il diritto di tornare a casa. «Se si parla con loro ti dicono: tenete pure le coperte, i cuscini, il cibo, ma riportateci nelle nostre case che ricostruiremo. Oggi non vivono, sopravvivono, ma in attesa di cosa? Questa è la domanda cui nessuno sa rispondere».
La situazione è resa ancora più amara da indiscrezioni che parlano di una possibile messa in vendita delle terre evacuate nel sud del Libano per fini commerciali. «Ma chi decide di vendere la terra di chi è stato costretto ad abbandonarla?», si chiede il francescano, evidenziando come la crisi umanitaria si intrecci con interessi economici che rischiano di allontanare ulteriormente la prospettiva di un ritorno.
Il ruolo della comunità internazionale
La comunità internazionale è chiamata a fare di più. Non basta prorogare tregue che non vengono rispettate; serve un impegno concreto per proteggere i civili e garantire il rispetto del diritto internazionale. La Chiesa, attraverso le sue organizzazioni umanitarie, è in prima linea nell'assistere gli sfollati, ma non può sostituirsi alla politica. Come cristiani, siamo chiamati a essere voce di chi non ha voce, a difendere la dignità di ogni persona, a ricordare che dietro i numeri ci sono volti, storie, sofferenze.
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Matteo 5,6, CEI 2008).
Questa beatitudine ci ricorda che la giustizia non è un'opzione, ma una necessità. Gli sfollati del Libano hanno fame e sete di giustizia: chiedono di tornare a casa, di ricostruire le loro vite, di essere riconosciuti come cittadini e non come mendicanti. La loro dignità è calpestata, ma la loro speranza non è spenta.
Un appello alla preghiera e all'azione
Di fronte a una crisi che sembra senza fine, come cristiani possiamo fare due cose: pregare e agire. La preghiera ci unisce a Dio e ci apre alla speranza, ma deve tradursi in gesti concreti di solidarietà. Possiamo sostenere le organizzazioni che operano sul campo, diffondere informazioni, sensibilizzare le nostre comunità. Possiamo anche chiedere ai nostri governi di farsi promotori di pace e di giustizia in Medio Oriente.
Padre Bou Merhi conclude con una domanda che ci interpella tutti: «Cosa possiamo fare per restituire dignità a queste persone?». Forse la risposta è semplice: ascoltarle, riconoscerle come fratelli e sorelle, e non lasciare che la loro voce si perda nel rumore delle armi. Il Libano ha bisogno di pace, ma di una pace che sia giusta e duratura, fondata sul rispetto dei diritti di tutti.
Preghiamo per il Libano, per gli sfollati, per chi ha perso tutto. E impegniamoci, nel nostro piccolo, a essere costruttori di pace. Come dice il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Salmo 34,15, NR06).
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